Papa Francesco, Diana, Angiolina.

Approfitto sfacciatamente di Papa Francesco, dell’anno della misericordia e di una coincidenza che ho trovato con la pubblicazione in questo stesso anno del mio libro “19  Sordi”.

Ho un amico che disprezza profondamente Papa Francesco, al punto da scrivere di lui titolo e nome con l’iniziale minuscola. Ovviamente nutre un abbondante disprezzo per le religioni, che ritiene essere, nel migliore dei casi, manifestazioni dello spirito umano inferiori a quelle della ragione ed, eventualmente, della filosofia.

Immagino che disprezzi altrettanto profondamente non solo chi, credente, ripone tante speranze in lui e lo veda come il portatore di un cristianesimo più “vero”, ma anche chi, non credente, pensa che sia aperto ad aperture etiche e morali diverse da quelle tradizionalmente cattoliche.

Io sono molto grata a questo mio amico, perché mi permette di guardare molti avvenimenti del mondo con occhi totalmente diversi dai miei e molto spesso opposti. Non raramente mi trovo d’accordo con lui.

Tuttavia, per quanto mi sia sforzata, non riesco a vedere in questo Papa un fomentatore di istinti violenti a base religiosa, uno che vuole perseguitare gli omosessuali, un ipocrita che illude e delude, un capo che usa il suo carisma per riportare il civile mondo occidentale indietro nel tempo, verso la barbarie di un mondo preilluministico: sono queste infatti le accuse più importanti che il mio amico gli rivolge.

Io vedo un uomo che viene da un altro mondo, con parametri comportamentali che non si confanno al nostro, né a quello laico né a quello clerical-curiale. Vedo un uomo che era abituato a portare l’annuncio evangelico in termini sostanziali e semplicissimi, quelli che capiscono tutti; un Papa che vuol continuare la rivoluzione cominciata dal suo predecessore con le sue dimissioni e cioè il promuovere il più possibile l’autosufficienza spirituale dei cattolici, riportando a dimensioni più umane e più fraterne la percezione del pontefice –in questo rientra infatti quel suo immancabile “Pregate per me”– ; una guida che mantiene ferma la morale cattolica, ma che non vuole condizionare né essere condizionato dalla politica.

Ci riesce? Non direi, semplicemente perché non può: glielo impedisce l’alto clero che, ad esser buoni, non comprende, glielo impediscono i politici, soprattutto italiani, che gli fanno la corte e che ben si intendono con l’alto clero. Non ci riesce perché parla troppo spontaneamente, sotto la pressione di giornalisti invadenti cui non è abituato, così gli capita che, preso alla sprovvista, non si dice meravigliato dalle azioni violente contro Charlie (ve lo ricordate?), senza pensare che le sue parole verranno interpretate come giustificazione tout court della violenza religiosa.

Bene!

Ma perché ho titolato questo articolo “Papa Francesco, Diana, Angiolina”?

  Perché, fra tutti quelli che fino ad oggi hanno letto il mio “19 Sordi”, nessuno ha rilevato le parti relative alla dimensione religiosa. Ad essere sincera ne hanno tutte le ragioni: infatti un po’ narro di Odino, un po’ faccio disquisire due innamorati su questioni di fede, un po’ presento avvenimenti che dovrà interpretare il lettore e sono proprio quelli che riguardano Diana e Angiolina, i quali, per quanto inusuali, rientrano proprio nell’ambito della misericordia la cui celebrazione è stata indetta da Papa Francesco proprio in questo anno in cui ho pubblicato il libro. La mia è una misericordia cui si può dare credito, di cui si può sorridere, cui si può irridere: tutto è lasciato alla libera interpretazione del lettore e, a questo riguardo mi piacerebbe avere riscontri sulla chiave di lettura prevalente.

La piccola Diana, gettata via e portata presso il portone di un convento, avrà a che fare un giorno con Caterina da Siena e con un’altra Caterina; Angiolina, cresciuta in parte alla sua scuola, troverà una sorpresa inaspettata e non richiesta.

Ma ovviamente non vi dico di cosa si tratta.

Riporto però alcuni brani corredati di immagini: il resto alla vostra immaginazione.

Doveva essere l’inizio dell’estate. A un certo punto suonò la campanella del portone d’ingresso, tre o quattro squilli decisi: “Chi sa chi è a quest’ora” pensai: andai ad aprire. Guardai attraverso lo spioncino, ma non vidi nessuno; aprii la portella, affacciai la testa fuori dal portone, guardai a destra e a sinistra: niente. Qualche monello mi ha fatto uno scherzo, dissi tra me, quando, abbassando lo sguardo, vidi una bambina.

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Era una bella bambina, bionda, con gli occhi azzurri; era vestita abbastanza bene per quei tempi, ma era tutta sporca. Capii subito il guaio. Poteva avere un paio d’anni, la presi in braccio e mi sembrò alta per l’età che le avevo attribuita. Le chiesi come si chiamasse, in dialetto e in italiano, ma non rispondeva. Non si muoveva e non faceva nulla, soltanto mi guardava e sembrava un poco spaventata; poi le scesero  le lacrime dagli occhi.

Allora le pulii un poco il viso col bavaglino che aveva appeso al collo e vidi che sopra c’era stampato un nome: Diana.

………….

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Rimase sola e si ritrovò nel dormitorio.

Le si avvicinò una donna molto alta, magra, quasi emaciata, ma forte ed energica, che le fece una carezza sulla fronte e la invitò ad alzarsi: lo fece senza sforzo alcuno e la seguì per lunghe sale corridoio, scendendo scale dai gradini alti, percependo odore di umido, ma stranamente non di stantio, con un soffice senso di oppressione e una sorta di compressione come se prima o poi qualcosa si sarebbe liberato. Le sale erano piene di malati, una di mendicanti ai quali veniva distribuito del cibo e la possibilità di riposarsi. <<Come ti chiami>> chiese alla sconosciuta. <<Caterina>> rispose. Rinunciò a chiederle perché fosse andata a trovarla. Sentiva, mentre rifacevano il percorso a ritroso, tanto amore per quella gente povera, malata o ai margini della società. Una solidarietà nuova, diversa da quella del convento e, per la verità, comprendeva ora, lì ne era stata oggetto e non soggetto. Capiva che il suo amore per gli altri era rimasto nell’ambito delle buone intenzioni, che tutto aveva vissuto nell’immagine positiva di sé stessa.

Si accorse di essere di nuovo nel lettuccio di prima e che Caterina se ne era andata. Si addormentò.

………..

Accanto al suo letto c’era una donna, seduta su uno sgabello, vestita in maniera essenziale, quasi sportiva con giubbetto e pantaloni. Sua contemporanea, si sarebbe detto. Le aveva portato dei vestiti analoghi ai propri, anche se un po’ più vezzosi. Si vestì e la seguì. La donna le raccontò che era stata un po’ innamorata di Quirico, conosciuto quando entrambi erano matricole, ma poi la cosa era finita senza neanche cominciare. La condusse in una comune e lì Diana poté vederla da giovane e conoscere quel tentativo di fratellanza poi abortito. <<Un amore condizionato, diverso dal mio e come il mio.  Così è difficile l’amore libero – si disse – da chiunque voglia perseguirlo>>.  Accettò la constatazione e il fatto che questa Caterina le offriva solo…..

……..

La statuina del presepe

 Angiolina

Aveva collaborato con le sue fini capacità artigianali e con il suo buon gusto a realizzare un bellissimo presepe. Gli ultimi ritocchi all’indomani.

Si sedette sulla panca della prima fila e, per  una volta non pensò proprio a niente. Aveva un senso di benessere e di pienezza vuota, ma non ne aveva consapevolezza. A un certo punto si accorse…

…..

Angiolina chiuse ancora una volta gli occhi e quando li riapri la panca accanto a sé era vuota. Fu presa da una grande gioia e da un tremore interiore per quello che le era accaduto. Quando tornò a casa trovò la sedia a rotelle vuota e suo marito in piedi che muoveva passi appoggiandosi al tavolo più per incredulità e prudenza che per debolezza muscolare.

 Angelino

<<Nonno, mi accompagni a vedere il presepe?>>

……

E la vedeva lì, con una delle tante sciarpette che dovevano nascondere pudicamente l’attaccatura del collo al busto, di colore azzurrino, ma fine, tendente al grigio argento, alla quale aveva abbinato l’identico colore dei capelli, tagliati in una sorta di casco voluminoso che le nascondeva la fronte e parte delle guance, ma non gli orecchini, e gli pareva la versione femminile di un monachello, se appena le si fosse rasata la sommità del capo.

<<Nonno, nonno! Guarda: c’è la nonna!>>

L’uomo si staccò bruscamente da visioni e pensieri interiori e, tornando alla realtà, ancora la vedeva con quell’abbigliamento da fata turchina e si accorse che c’era davvero, che il bambino aveva ragione: era lì, riprodotta in una statuina del presepe ad omaggio della sua straordinaria mistica santità.

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