Maternità surrogata: gestazione di aiuto o utero in affitto?

Maternità surrogata: gestazione di aiuto.

La maternità surrogata è tema di dibattiti e scambi di opinioni, spesso di assalti verbali e qualche insulto.

Non mi sottraggo al problema e affronto l’argomento esclusivamente dal punto di vista umano, lasciando da parte considerazioni sociali, anch’esse rilevanti.

 Tre sono gli attori coinvolti: le persone che intendono avere un figlio e non possono averlo, le persone che le aiutano mettendo a disposizione il proprio corpo, i figli.

 In realtà al primo gruppo non appartengono persone che desiderano o intendono avere un figlio, ma persone che vogliono un figlio a tutti i costi.

Fin dalla mia primissima infanzia mi hanno insegnato che l’erba voglio non cresce neanche nel palazzo del re: maniera stringata  per insegnare a fare i conti con la realtà che, ponendoci ed opponendoci dei limiti, ci permette di superare l’infantile pestare i piedi ed agire promuovendo altre risorse ed altri obiettivi. Tuttavia, in questo caso specifico, mi si potrebbe obiettare che i limiti non sono così insuperabili, dati i progressi scientifici a nostra disposizione. Di questo parlerò dopo nel corso dell’esposizione; per il momento rimango nell’ambito dell’erba voglio.

Cosa voglio? Sarebbe facile rispondere “voglio un figlio”, ma non è solo così, infatti il discorso e la lotta si sono spostati, sono slittati –direi-, su “ho il diritto di avere un figlio” e subito dopo su “uguali diritti per tutti”. Ergo: “sono uguale agli altri… siamo tutti uguali…”?

Chiedo, perché per me qui sta l’orrore, prima ancora dell’errore.

Ribadisco che sto parlando solo della gestazione di aiuto, eppure… eppure mi viene in mente uno, che cresciuto nella convinzione di essere uguale agli altri, di doverlo dimostrare a tutti i costi,  di mostrarlo a tutti i costi a sé stesso e agli altri, rimosse talmente la consapevolezza di non esserlo da finire con l’uccidere la fidanzata, ovviamente bellissima e adeguata al suo standard dimostrativo, perché aveva suscitato un qualche interesse (non ricambiato) in un altro che, pure, non era neanche un tipo interessante quanto lui, ma era privo del suo handicap. Grande sportivo, supportato nella sua voglia-diritto di essere trattato come gli altri (ma altri erano) da persone cui battere la grancassa mediatica faceva comodo, ma alle quali del suo io profondo non importava nulla.

Ora a me pare che, nel caso della gestazione d’aiuto, si stia facendo la stessa cosa nei confronti di chi non può avere una gravidanza, gli si dice che è uguale, che l’avere un figlio è cosa importante per essere uguale, che è suo diritto imprescindibile.

Ma, a parte che per mia struttura personale ho sempre ritenuto orrido l’essere uguale, in questo problema di pretesa e omologante uguaglianza (dove sarà finita la diversità arricchente da rispettare e di cui fruire non si sa bene) c’è un elemento in più: il supporto fisico, ma non solo fisico, di un’altra persona, per una maternità surrogata.

 Qui entra in gioco il secondo gruppo di attori.

Per la verità sono, in quanto donne, attrici. Detto questo, passiamo al punto.

 Gestazione di aiuto. Chi aiuta chi e come aiuta.

Tutti sanno cos’è una gravidanza e quindi il mio “come” non intende chiarire questo. Intende invece parlare della gratuità o meno dell’aiuto.

Ora non è che chi aiuta debba per forza farlo gratuitamente, anche perché per l’aiutante ci sono sempre dei costi sia materiali sia umani, tuttavia va detto che non mi risulta ci siano, ordinariamente, aiuti gratuiti in questo campo. Ho trovato questo articolo, tutto in favore della maternità surrogata:  http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/02/19/news/perche-ho-dato-un-figlio-a-un-altra-1.251081 , in esso si fa rilevare presente molto amore e interessamento verso chi ha bisogno d’aiuto, da parte della donna che aiuta. Non ne dubito minimamente. Rilevo anche io, però, che  a proposito di gratuità c’è scritto questo “… Certo che lo farei anche gratis ma solo per persone a me molto vicine. In quel caso non avrei dubbi».”

Il fatto che l’aiuto non sia gratuito giustifica la dicitura di “utero in affitto”, per quanto brutta essa sia. E qui entrerebbe in ballo la questione economica e sociale, nella quale entro per inciso e non sarò breve. Lasciando da parte l’obsoleto termine di classe sociale, che rimanda a contesti ideologici ormai fuori dal tempo, la retribuzione -estesa anche a “donatrici” di ovuli (molto meno costosa quella di spermatozoi che, comunque, non implica automaticamente la gestazione d’aiuto)-  fa pensare che l’utero venga dato in affitto quanto meno per un alleggerimento di situazioni economiche problematiche o anche semplicemente per migliorarle, tuttavia la maggioranza dei casi riguarderebbe situazione di grande bisogno: il coinvolgimento, in parole povere di “diversi” socialmente da parte di “diversi” fisicamente, che, però, hanno denaro. Una diversità da parte di chi è ricco che poteva e doveva essere ricchezza umana e una diversità da parte di chi è povero che invece doveva essere abbattuta. Come leggete, per me “diverso” significa qualcosa di diverso dall’accezione corrente e populista e non ho paura di usarlo.

Quello però che mi ricollega in maniera indubitabile ai miei interrogativi è il rilievo finale del redattore dell’articolo: “«Beh sì, mi piacerebbe rimanere in contatto con la famiglia». Un desiderio questo molto forte che hanno in comune tutte le madri surrogate, sia chi l’ha realizzato sia chi non c’è riuscita. Un sentimento che forse non è materno ma è certamente molto umano.”

Che non sia materno è una sua opinione ed è forse il convincimento delle madri surrogate.

C’è un legame tra la donna che ha portato un bambino in grembo e quel bambino che non si spezzerà mai. Piaccia o non piaccia.

Ricordate la storia di Agar? Era la schiava di Sara, moglie di Abramo, la quale, essendo sterile, pensò bene di dare –lei– un figlio al marito attraverso la sua schiava. Agar, da buona schiava accettò, magari sentendosi onorata, e lei ed Abramo usarono il sistema primitivo di congiungersi, per la felicità di tutti. Ma, si narra, non essendo una macchina né un organo di riproduzione a sé stante, dopo il parto ebbe un’evoluzione da schiava a donna consapevole e divenne anche arrogante nei confronti di Sara. Questa in seguito ebbe un figlio e, visto l’atteggiamento di Agar, impose al marito di cacciarla via.

Quando sentivamo questa racconto pensavamo, in maniera certamente astorica, che erano faccende incivili, che la religione, o almeno quella lì, è una cosa terribile, o almeno incomprensibile. Ora invece che abbiamo abbattuto le barriere dell’ignoranza, delle religioni, degli ostacoli scientifici, riesumiamo e perseguiamo il tutto facendo appello alla laicità e contestando i pregiudizi religiosi, con qualche limite, certo: niente corna (ops… cosa ho detto!), niente figlio da dna della donna da ingravidare, anche se si sa ormai con certezza che durante una gravidanza con ovulo non proprio vengono trasmesse anche caratteristiche fisiche della donna che lo porta in grembo e che perciò è anch’essa madre del nascituro.

Da donna.
L’affitto dell’utero è qualcosa di coinvolgente al massimo: non è vendere il proprio corpo per prostituzione: è coinvolgere tutta la funzione fisica e psichica di sé stesse nella funzione più intima e precipua, è dar vita al futuro e svuotarsene. Che la cessione del proprio utero possa essere gratuita può avvenire solo per inconsapevolezza di sé stesse o a seguito di turbe, quantomeno psicologiche, gravi. Disconoscere sé stessi fino a questo punto non è cosa che vada incoraggiata in alcun modo.

Ricordo inoltre i rischi normali legati ad ogni gravidanza e quelli collegati ai bombardamenti ormonali per le donne donatrici di ovuli.
Detto questo, sono profondamente pessimista circa lo sviluppo degli eventi: si torna indietro di migliaia di anni solo perché la scienza è divenuta principio etico autoreferenziale. Si è combattuto tanto contro le oppressioni sociali e religiose, si urla contro lo Stato etico, per poi adorare altri feticci. Gira e rigira non si sa cosa si stia scalzando e cosa si stia rivivendo. Ma se si tratta di esperienza millenaria del vivere umano, mi sa che la reazione di Agar dia una qualche risposta concreta sugli istinti profondi dell’umanità.
Le adozioni, cosa che si è collegata al dibattito parlamentare sui diritti degli omosessuali, al momento conclusosi,  sono certamente un altro paio di maniche, tuttavia, quanto meno, hanno reso questo tipo di realtà più evidente e inducono a rifletterci sopra.

 

E passiamo agli attori del terzo gruppo: coloro che sono già nati per mezzo di questa tecnica e che ancora nasceranno.

L’altro giorno, una ragazza, in TV, ha detto di aver scoperto verso i 18 anni di essere nata per inseminazione eterologa (che già è un’altra cosa) e di aver soltanto allora capito perché il comportamento dei suoi genitori, e del padre in particolare, le avesse fatto pensare fin da piccola di essere stata adottata; diceva che finalmente aveva trovato un senso a quel che aveva vissuto e aggiungeva con semplice fermezza che sia chi vuole un figlio a tutti i costi sia chi dona i gameti pensando di compiere un atto di generosità sta pensando solo a chi c’è e non a chi verrà. Un ragazzo, con una relazione padre-figlio alienante, avendo appreso a 17 anni di essere nato da inseminazione eterologa, è andato via di casa e vorrebbe scoprire chi è il suo padre biologico. Sono due fatti che hanno mostrato non solo la sofferenza dei nati, ma anche che padri non biologici non sempre accettano veramente l’inseminazione eterologa della propria compagna. Reazioni ataviche? Forse, ma resistenti, a quanto pare.

So anche che sono sorte associazioni di ragazzi nati per donazioni eterologhe, per i motivi che si possono facilmente immaginare, primo fra i quali il supporto vicendevole. Queste notizie hanno confermato i miei dubbi sull’opportunità di queste donazioni, anche se, all’inizio, erano solo dubbi di ordine genetico (può capitare che si “sposino” tra fratelli – mi dicevo, dando per scontato che sarebbero stati amati appassionatamente), ma a quanto pare ci sono conseguenze dirette sui nati.

Ancora più fragile per loro appare la situazione di coloro che sono nati e nasceranno da due madri, con una delle quali hanno avuto a che fare per nove mesi. Tornando all’utero da cui escono, da quel battito cardiaco che più non sentiranno, da quelle impronte genetiche che verranno trasmesse e che non troveranno affinità nei genitori legali, davvero pensiamo che le domande non verranno? davvero pensiamo che queste non saranno sorte da disagi e da carenze? davvero pensiamo che per loro quell’utero sia vissuto come un contenitore asettico?

Non amo citare, ma faccio un’eccezione per questo argomento che mi sta a cuore. La filosofa Maria Giovanna Farina scrive: “Anni e anni di pedagogia e psicologia ci insegnano l’importanza della figura materna che a volte, è vero, può essere una persona negativa, pensiamo a Melania Klein e alla sua teoria della mamma buona e cattiva: la mamma non è sempre disponibile e il neonato si crea un senso di realtà comprendendo che c’è il buono e il cattivo, questo è ciò che serve alla crescita. Ma deprivare a priori un essere vivente della mamma è un gesto che non possiamo permettere.”

Forse in futuro, nasceremo tutti in questo modo e la sensibilità collettiva e individuale sarà diversa, ma è un futuro che non riesco ad immaginare e che non mi esime dall’occuparmi del presente.

In sintesi dissento da questo “Voglio Tutto”.

Fate a meno di pensare che non penso, non leggo, non osservo, non rifletto e non tengo conto di tutto: l’immaginazione al potere è fallita da un pezzo, dopo una breve suggestione esercitata nei primi anni ’70.

 Chiunque mi pensi omofoba o altre idiozie del genere ha sbagliato indirizzo.

Scansione de salvatore 1 (2)

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