Sensazioni. “I RIBELLI” di Sàndor Márai

Leggo un libro e mi chiedo perché. No: non perché lo leggo, ma perché provo la noia di un déjà vu, pur non avendolo mai letto prima né mai sentito.  Sensazioni. Realizzo che sono mondi e modi che conosco già.

Debbo premettere che non affronto mai una nuova lettura facendola precedere da quella di eventuali prefazioni né cercando informazioni sull’autore e quant’altro di simile: debbo leggere con il mio substrato vitale e culturale.

Dicevo della sensazione del déjà vu. Non poteva trattarsi del mondo descritto: il nord Europa, in fondo, non è che mi sia tanto familiare; neanche del degrado morale causato dalla guerra, come boomerang in un paese periferico non direttamente colpito dalla violenza. Si trattava piuttosto del senso di inutilità del tutto, quella era una cosa che già conoscevo.

Sensazioni. Leggevo e ripensavo alla letteratura (conosco prevalentemente quella italiana, debbo dire) del ‘900  -poetica inclusa- che sempre mi aveva lasciata con un senso di frustrante inutilità. Ho messo a fuoco che se lo avessi letto da ragazza lo avrei letto con curiosità e qualcosa avrei appreso… ecco, ecco il punto: l’apprendimento. Ho sempre letto col desiderio di apprendere, ma con l’esigenza congenita di apprendere qualcosa per la vita. Anche ai tempi, riflettevo, il libro avrebbe soddisfatto il desiderio, non l’esigenza. Per la vita non mi avrebbe insegnato nulla e neanche adesso lo faceva. Mi insegna di più un amico scontroso, se non altro a tacere e rispettare i fantasmi altrui.

Lo riprendo a leggere, riguardando la copertina per scoprire perché mai mi avesse interessata. Scopro che mi avevano incuriosita lo sfondo grigio e l’immagine in bianco e nero di un giovane uomo dal vestito classico e antiquato in atteggiamento di voluta e irrealizzata eleganza.  Il tutto mi aveva richiamato alla mente mio padre, per quanto lui fosse naturalmente elegante, e avevo pensato: “Questo però è vissuto prima di lui”. Sensazioni. Associazione di immagini e desiderio di scoprire come era il mondo prima ancora del suo nascere. Ci avevo inconsciamente azzeccato, in quanto il romanzo è collocato temporalmente nell’ultimo anno della prima guerra mondiale, quando mi padre era ancora un bimbo.

Nel prosieguo, i fatti narrati cominciano ad avere un andamento folle che, finalmente, mi coinvolge. Tuttavia, giunta alla fine, pur essendosi rese autenticamente comprensibili le modalità di decadenza interiore, non sono soddisfatta: i fatti hanno persino sfiorato la mia esigenza congenita e in qualche modo mi hanno accontentata. Sensazioni di incompletezza. Ne metto a fuoco i termini, ma non trovo il motivo per cui la narrazione di certe realtà sia censurata, quasi fosse stata fatta da una zitella vereconda che dice e non dice, anzi, che comincia a dire e si interrompe lasciando a metà il discorso e iniziandone subito un altro per distrarre l’attenzione.

Trovo una postfazione nella quale si dice che l’autore rivedeva all’infinito i suoi romanzi e di come questo, riguardo a fattori sessuali abbia, di versione in versione, tagliato delle parti che venivano riportate e che ho potuto leggere. Ho constatato, stupefatta, che non avevano nulla di volgare o di inverecondo e mi hanno confermato l’impressione di pura e semplice incompletezza della narrazione: tagli che l’hanno impoverita e che per un buon tre quarti del narrare, l’hanno privata del fil rouge essenziale, solo parzialmente compensato nell’ultima parte.

Un buon libro rovinato da chi sa quale remora. Peccato!

Sandor Marai

Sandor Marai

Sàndor Márai è morto suicida. No, qualcosa per la vita forse non poteva insegnarla. Le guerre ne uccidono il senso, anche se uno come lui, che si è opposto, perseguitato ed esule, al nazismo e al comunismo quel qualcosa che dà senso deve averlo cercato a lungo in autonomia di pensiero. A volte l’errare di lido in lido uccide dentro.

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